LA SCENA PIU TERRIBILE
Antenora, nono cerchio. Un'anima sta rodendo il cranio di un'altra:
La bocca sollevo dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a' capelli
del capo ch'elli avea di retro guasto.
E il conte Ugolino, che divora l'arcivescovo Ruggieri.
IL RACCONTO: VERSI 13-75 - TESTO INTEGRALE
Tu vuo' ch'io rinovelli
disperato dolor che 'l cor mi preme
gia pur pensando, pria ch'io ne favelli.
Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,
parlare e lagrimar vedrai insieme.
LA TORRE DELLA FAME
L'arcivescovo Ruggieri tradì Ugolino. Fu catturato con figli e nipoti e rinchiuso nella torre dei Gualandi.
Quando fu' desto innanzi la dimane,
pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
ch'eran con meco, e dimandar del pane.
Ben se' crudel, se tu gia non ti duoli
pensando cio che 'l mio cor s'annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?
Senti i figli piangere nel sonno e chiedere il pane. Sei crudele se non ti addolori pensando a quello che il mio cuore presentiva. E se non piangi, di che piangi di solito?
e io senti' chiavar l'uscio di sotto
a l'orribile torre; ond'io guardai
nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.
Io non piangea, si dentro impietrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: Tu guardi si, padre! che hai?
Senti inchiodare la porta. Guardo i figli senza parlare. Non piangeva: era impietrito. Il piccolo Anselmuccio disse: ci guardi cosi, padre, che hai?
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi
e disser: Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia.
Quando un raggio di luce entro nella cella e Ugolino vide sui volti dei figli la sua stessa espressione, si morse le mani dal dolore. I figli, credendo che lo facesse per fame, dissero: Padre, ci fara meno male se mangi di noi. Tu ci hai dato queste carni, tu toglile.
Poscia che fummo al quarto di venuti,
Gaddo mi si gitto disteso a' piedi,
dicendo: Padre mio, che non m'aiuti?
Quivi mori; e come tu mi vedi,
vid'io cascar li tre ad uno ad uno
tra 'l quinto di e 'l sesto; ond'io mi diedi,
gia cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due di li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, piu che 'l dolor, pote 'l digiuno.
Il quarto giorno Gaddo gli cadde ai piedi: padre mio, perche non mi aiuti? Mori. Gli altri tre caddero uno a uno tra il quinto e il sesto giorno. Gia cieco, brancolo sui loro corpi, li chiamo per due giorni dopo la morte. Poi, piu del dolore, pote il digiuno.
L'ULTIMO VERSO
Poscia, piu che 'l dolor, pote 'l digiuno. Il verso piu discusso della Commedia. Il digiuno lo uccise? O la fame lo spinse a cibarsi dei figli? Dante lascia l'ambiguita deliberatamente.
L'INVETTIVA CONTRO PISA
Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese la dove 'l si suona.
Anche se Ugolino aveva tradito, i figli erano innocenti.
COMMENTO CRITICO
Il Canto XXXIII e il vertice tragico dell'Inferno. Ogni dettaglio e calcolato: l'offerta dei figli, il silenzio di Ugolino, il conteggio dei giorni, il verso finale sospeso nell'ambiguita.