Il rischio suicidario riguarda l'operatore socio-sanitario più spesso di quanto si pensi: nelle residenze per anziani, nei servizi di salute mentale, nelle strutture per persone con dipendenze patologiche, l'OSS può trovarsi accanto a persone attraversate da una sofferenza profonda. Conoscere i segnali da riconoscere e il comportamento corretto da tenere, senza sostituirsi mai al professionista sanitario, è parte della preparazione richiesta oggi alla figura.
IL QUADRO DI RIFERIMENTO NAZIONALE
In Italia il tema è affrontato attraverso linee di indirizzo nazionali per la prevenzione del comportamento suicidario, elaborate con il contributo dell'Istituto Superiore di Sanità e del Ministero della Salute. Forniscono agli operatori dei servizi sanitari, socio-sanitari e sociali un quadro comune di riferimento, utile per il riconoscimento precoce del rischio, e per l'attivazione tempestiva della rete di aiuto. Queste indicazioni insistono su un concetto centrale: il comportamento suicidario è quasi sempre preceduto da segnali osservabili, e riconoscerli in tempo può fare la differenza.
I FATTORI DI RISCHIO DA CONOSCERE
Alcune condizioni aumentano la probabilità di un comportamento suicidario, senza che la loro presenza equivalga a una certezza: una storia di precedenti tentativi, una diagnosi psichiatrica non adeguatamente trattata, una perdita recente e significativa, come un lutto o una diagnosi di malattia grave, l'isolamento sociale e la mancanza di una rete di supporto, l'abuso di alcol o sostanze, il dolore cronico non controllato, e, nella persona anziana, la perdita dell'autonomia funzionale vissuta come perdita di senso.
I SEGNALI DI ALLARME CHE L'OSS PUÒ OSSERVARE
Nella vicinanza quotidiana con la persona assistita, l'OSS può cogliere per primo alcuni segnali: espressioni verbali di disperazione o di inutilità della propria vita, un ritiro improvviso dalle relazioni e dalle attività abituali, un cambiamento marcato dell'umore o del comportamento, il regalare o il mettere ordine tra i propri effetti personali senza una ragione apparente, un'insolita calma o serenità dopo un periodo di forte sofferenza, che in alcuni casi può indicare che la persona ha maturato una decisione. Nessuno di questi segnali, isolatamente, permette una diagnosi, ma la loro comparsa richiede sempre attenzione e segnalazione.
COSA FARE: IL COMPORTAMENTO CORRETTO DELL'OSS
Davanti a un segnale di allarme, o a un'esplicita comunicazione di intenti autolesivi da parte della persona assistita, l'OSS ha alcuni compiti precisi. Il primo è non lasciare mai sola la persona in quel momento, mantenendo una presenza calma e non giudicante. Il secondo è ascoltare senza minimizzare né drammatizzare, senza promettere una segretezza che non può essere mantenuta: quanto riferito va sempre comunicato all'équipe sanitaria. Il terzo è allertare tempestivamente l'infermiere o il medico di riferimento, che attiverà la valutazione specialistica necessaria, non affrontando mai da solo la situazione. L'OSS non discute con la persona sulla legittimità della sua sofferenza, non la giudica, e non cerca di gestire la crisi con proprie iniziative improvvisate.
LA SICUREZZA DELL'AMBIENTE
Nelle strutture residenziali e nei contesti di maggiore fragilità, la prevenzione passa anche da un'attenzione organizzativa alla sicurezza degli ambienti, secondo i protocolli specifici della struttura: la verifica che farmaci e altri materiali potenzialmente pericolosi restino sempre custoditi e non accessibili incustoditi, e un livello di sorveglianza adeguato al livello di rischio individuato dall'équipe per quella specifica persona.
IL SUPPORTO ALL'OPERATORE STESSO
Affrontare una situazione di rischio suicidario è emotivamente impegnativo anche per l'operatore. Le organizzazioni sanitarie prevedono, per questo, momenti di confronto in équipe dopo un evento critico, ed è importante che l'OSS non affronti da solo il peso emotivo di queste esperienze, ma ne parli con i colleghi e con i professionisti di riferimento.